31 marzo 1282: Il giorno in cui la Sicilia insorse. I Vespri Siciliani e la fiammata di dignità che infiammò l’isola

Nel tramonto tiepido di un lunedì dell’anno 1282, proprio il 31 marzo, giorno di Pasquetta, una scintilla si accese nel piazzale antistante la chiesa di Santo Spirito, a Palermo. Fu un gesto meschino, un pesante e volgare apprezzamento rivolto da un soldato francese a una nobile donna palermitana, a scatenare l’ira del popolo. Ma ciò che seguì non fu un episodio isolato di collera: fu l’inizio di una delle rivoluzioni popolari più memorabili e simboliche della storia mediterranea, passata alla storia con il nome di Vespri Siciliani.

Non fu solo un moto spontaneo. Le fonti storiche più accreditate, tra cui Michele Amari, ci raccontano che quella ribellione fu il frutto maturo di un lungo malcontento, organizzato con risolutezza e discrezione da una parte dell’aristocrazia siciliana. La nobiltà, esasperata dalle vessazioni, dalle espropriazioni e dalla brutalità del governo angioino, cospirò in gran segreto. E la Sicilia, come un organismo vivo e coordinato, si sollevò in più parti simultaneamente. La mappa della rivolta fu tracciata con precisione. A Gualtiero di Caltagirone – o Cartagirone, come dicono alcune fonti – fu affidato il controllo del Val di Noto, con la diretta responsabilità di coordinare l’insurrezione nella zona. Ma per due città chiave del sud-est, Modica e Ragusa, scelse un altro alleato fidato: Manfredi Mosca, a cui toccò il compito di sollevare le popolazioni locali. Ed è affascinante pensare che proprio in questi territori, oggi cuore pulsante della cultura barocca e delle tradizioni iblee, si agitasse allora il vento ruvido della rivoluzione.

I francesi, in preda al panico, cercarono rifugio tra la folla, tentando di mimetizzarsi tra i siciliani. Ma il popolo aveva escogitato un metodo infallibile per smascherarli. Mostravano loro un pugno di ceci – cìciri in siciliano – e chiedevano di pronunciarne il nome. Chi sbagliava, tradito dall’accento gutturale della lingua d’Oltralpe, veniva riconosciuto come straniero e giustiziato sul posto. Una sorta di “shibboleth” mediterraneo, brutale ma efficace, che ci ricorda come anche le parole, talvolta, possono decidere della vita e della morte. L’eco di quell’insurrezione fu tale da oltrepassare i secoli. Giuseppe Verdi, nel 1855, scelse proprio quel titolo – I Vespri Siciliani – per una delle sue opere più potenti. Una tragedia lirica che rilegge i fatti del 1282 con lo spirito risorgimentale dell’Italia che voleva liberarsi da nuovi dominatori. Un legame emotivo, musicale e politico che sancisce quanto quel 31 marzo, pur così lontano, resti ancora oggi una data viva nel cuore dei siciliani.

E se la memoria è resistenza, ricordare i Vespri Siciliani significa anche riconoscere il valore eterno del coraggio e della dignità. Perché, come scrisse Leonardo Sciascia, “La Sicilia è la metafora di ogni lotta che, prima di essere politica, è sempre una rivolta dell’anima.”

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